Contrattazione collettiva e lavoro intermittente: nessun potere di veto


La legge si limita a demandare alla contrattazione collettiva l’individuazione delle “esigenze” per le quali è consentita la stipula di un contratto a prestazioni discontinue, senza riconoscere esplicitamente alle parti sociali alcun potere di interdizione in ordine alla possibilità di utilizzo di tale tipologia contrattuale. L’impossibilità per le parti collettive di impedire del tutto l’utilizzazione di tale forma contrattuale risulta smentita dalla contestuale previsione di un potere di intervento sostitutivo da parte del Ministero del lavoro nei casi di inerzia delle parti sociali, ciò denota in termine inequivoci la volontà del legislatore di garantire l’operatività dell’istituto, a prescindere dal comportamento inerte o contrario delle parti collettive (Cassazione, sentenza n. 29423/2019).


E’ noto che il d. Igs n. 276 del 2003 ha introdotto, per la prima volta nel nostro ordinamento il contratto di lavoro intermittente (art. 33-40 d. Igs cit.) il quale, secondo la definizione contenuta nell’art. 33 d. Igs cit., è il contratto mediante il quale un lavoratore si pone a disposizione di un datore di lavoro che ne può utilizzare la prestazione lavorativa nei limiti di cui all’articolo 34.
Dopo una prima abrogazione ad opera della legge n. 247 del 2007 l’istituto è stato ripristinato nella formulazione iniziale dal d.l. n. 112 del 2008, e modificato dalla legge n. 92 del 2012. Successivamente ancora modificato dal d.l. n. 76 del 2013 con il duplice obiettivo di limitarne il campo d’applicazione e di introdurre correttivi diretti a contrastare forme distorsive di ricorso all’istituto.
Il d. Igs. n. 81 del 2015, riordinando i contratti di lavoro, ha riformulato negli artt. 13-18 la disciplina del contratto in esame, senza alterarne i tratti caratteristici che restano confermati. Lo stesso provvedimento dispone contestualmente l’abrogazione, a decorrere dal 25 giugno 2015, della previgente normativa.
Considerato che il contratto intermittente oggetto di controversia è stato stipulato in data 30 giugno 2011, la disciplina applicabile è quella risultante dal ripristino operato dal d. I. n. 112 del 2008 convertito dalla legge n. 133 del 2008.
Ciò premesso, pacifico che il contratto in esame è fondato su una causale cd. di carattere oggettivo, e non legata alle condizioni personali, rientra nella ipotesi regolata dall’art. 34, comma 1, la tesi del ricorrente circa il ruolo della contrattazione collettiva ed in particolare la configurabilità in capo a quest’ultima di un potere di veto in ordine alla utilizzabilità tout -court del contratto di lavoro intermittente, non trova conferma nel dato testuale e sistematico della disciplina di riferimento.
L’art. 34, comma 1, d. Igs n. 276 del 2003 si limita, infatti, a demandare alla contrattazione collettiva l’individuazione delle “esigenze” per le quali è consentita la stipula di un contratto a prestazioni discontinue, senza riconoscere esplicitamente alle parti sociali alcun potere di interdizione in ordine alla possibilità di utilizzo di tale tipologia contrattuale; né un siffatto potere di veto può ritenersi implicato dal richiamato “rinvio” alla disciplina collettiva che concerne solo un particolare aspetto di tale nuova figura contrattuale e che nell’ottica del legislatore trova verosimilmente il proprio fondamento nella considerazione che le parti sociali, per la prossimità allo specifico settore oggetto di regolazione, sono quelle maggiormente in grado di individuare le situazioni che giustificano il ricorso a tale particolare tipologia di lavoro.
L’impossibilità per le parti collettive di impedire del tutto la utilizzazione di tale forma contrattuale risulta smentita dalla contestuale previsione di un potere di intervento sostitutivo da parte del Ministero del lavoro che denota in termine inequivoci la volontà del legislatore di garantire l’operatività del nuovo istituto, a prescindere dal comportamento inerte o contrario delle parti collettive.
Ulteriore conferma inqusto senso si trae, infine, dalla previsione del comma 3 dell’art. 34 d. Igs cit., il quale tra le ipotesi di divieto del ricorso al lavoro intermittente non contempla anche quella di inerzia o veto delle parti collettive.
Per i motivi di cui sopra il ricorso è stato rigettato.